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I vincitori del Luxembourg Art Prize

I tre vincitori del Luxembourg Art Prize 2021 sono...

I 3 vincitori della 7a edizione del premio Luxembourg Art vengono da Brasile, Canada e Lituania:

1° prezzo: Celina Portella, Brasile
2° prezzo: Francis O'Shaughnessy, Canada
3° premio: Laisvydė Šalčiūtė, Lituania.

In tutto, i vincitori si dividono la somma di € 80.000 (circa US $ 100.000) da spendere come meglio credono e distribuiti secondo il loro posto in graduatoria stabilito dalla giuria indipendente. Vincono rispettivamente € 50.000, € 20.000 e € 10.000.

Celina Portella (Brasile), 1a classificata al Luxembourg Art Prize 2021

Celina Portella è nata a Rio de Janeiro, in Brasile, nel 1977. Nel 2021, ha 44 anni. Vive e lavora a Rio de Janeiro. Ha conseguito una laurea in Belle Arti presso l'Università St. Denis/Paris VIII, Francia e si è laureata in Design e Comunicazione Visiva presso PUC-RJ, Rio de Janeiro, Brasile.

Gli artisti che la ispirano sono Andrea Fraser, Erwin Wurm, Helena Almeida, Yvonne Rainer, Ana Linnemann, Lenora de Barros, Carmela Gross, Trisha Brown, Liliana Porter, Rebecca Horn, Fischli & Weiss, Robert Morris, Richard Sierra e Dennis-Oppenheim .

Ha vinto la somma di € 50.000 corrispondenti al 1° premio, congratulazioni dal museo e dai membri della giuria. È libera di usare questi soldi come meglio crede.

“Sono particolarmente interessata alla ricerca interdisciplinare sull'immagine, il movimento e il corpo. La mia ricerca collega elementi di fotografia e video, su diversi media. Negli ultimi anni ho lavorato con installazioni, su opere che si caratterizzano in particolare per mettere in discussione la rappresentazione del corpo e il suo rapporto con lo spazio. All'incrocio di più generi, coinvolti contemporaneamente, tocco i mondi della danza, della performance, dell'architettura, del cinema e, più recentemente, della scultura.

Il mio lavoro ha un profondo legame con l'universo coreografico, dovuto alla mia esperienza professionale con la danza, come danzatrice e co-creatrice, da cui deriva proprio il mio interesse per le azioni del corpo e le problematiche della sua rappresentazione.

Dopo i miei primi video, ho effettuato un'approfondita ricerca sulla proiezione del corpo a grandezza naturale e sulla sovrapposizione di immagini, incorporando nell'opera la matericità architettonica. Le proiezioni mi hanno portato a una domanda specifica sul supporto del video e dell'immagine e all'esplorazione di nuovi mezzi e tecnologie.

Ho quindi iniziato a creare una serie di opere dove il corpo appare nell'immagine in interazione con i limiti della sua cornice, includendo materialmente il mondo degli oggetti, o della scultura, in un campo originariamente virtuale. Proponendo un'interazione tra l'espressione corporea e il mezzo, cerco di rendere la fotografia e il video elementi strutturali dell'opera stessa, in modo che performance e mezzo si uniscano, diventando indivisibili.

Il punto centrale del mio lavoro converge quindi verso il limite tra realtà virtuale e azioni corporee, nel tentativo di offuscarne i confini e di confondere il reale con il mondo della finzione. Con l'artificio del trompe-l'oeil e l'integrazione radicale dei medium, lavoro sul terreno ambiguo tra il materiale e l'immateriale, tra l'oggettività del mondo e l'illusione.»

Opera selezionata:
“Corte / 1” (Coupe / 1), 2019, Fotografia ritagliata, 135x95 cm (53x37 in.)

Descrizione:
“Nell'opera "Corte/1", la carta su cui è stampata la fotografia viene fisicamente tagliata in modo che il taglio effettivo corrisponda all'azione rappresentata nell'immagine. L'opera fa parte di una serie in cui materializzo l'azione rappresentata nelle immagini, nei supporti delle opere, in fotografia, video e tela. Il mio corpo, in interazione con l'immagine stessa, ritaglia la carta che la materializza, modificando la mia stessa rappresentazione e creando un legame tra l'immagine e la materia."

Francis O'Shaughnessy (Canada), 2° classificato al Luxembourg Art Prize 2021

Francis O'Shaughnessy è nato nel 1980 a Lévis in Quebec, Canada. Ha 41 anni nel 2021. Vive a Montreal nella provincia del Quebec in Canada. Nel 2016 ha conseguito un dottorato in studi e pratiche artistiche presso l'Università del Quebec a Montreal (Canada).

Gli artisti che lo ispirano sono Sally Mann, Alex Timmermans e Borut Peterlin.

Ha vinto la somma di € 20.000 corrispondenti al 2° premio, congratulazioni dal museo e dai membri della giuria. È libero di usare questi soldi come meglio crede.

“A causa della pandemia di COVID-19, è stato difficile per me continuare la mia ricerca fotografica, dal momento che non potevo ricevere modelli per i miei studi. Ho quindi avuto l'idea di installare un dispositivo a soffietto davanti a un computer per convertire rappresentazioni digitali inedite in collodio umido. Volevo rivisitare produzioni precedenti e “ricontestualizzare”, reinterpretare le mie preferite. Il risultato si è rivelato così interessante che ho realizzato una serie. In questo modo ho ancorato i processi antichi alla tecnologia di oggi.

Contrariamente alla fotografia digitale, il collodio umido è un processo ancestrale che è all'origine della fotografia (1851). In breve, questa è una tecnica in cui preparo uno sciroppo giallastro chiamato collodio umido che spalmo su una lastra di alluminio. Quindi, inserisco quest'ultima in una fotocamera a soffietto per scattare una foto. Con diversi componenti chimici, rivelo la lastra in negativo e poi in positivo. Vernicio la matrice di alluminio in modo da poter mantenere intatta la mia prova per un secolo. Infine, digitalizzo la mia lastra per realizzare stampe di grande formato su carta.

Da questo mezzo tradizionale, metto in discussione la materialità dell'immagine evidenziando errori, incidenti, imperfezioni e le qualità della vaghezza. È il savoir-faire completamente manuale che mi interessa. Ho bisogno di investire me stesso in un'arte che stimoli i sensi. In altre parole, scommetto sull'umano a vantaggio dell'immaterialità e della macchina (facendo postproduzione davanti al mio computer). È un'evoluzione inversa rispetto alla massa, perché la mia camera oscura è il mio software di editing. Mi piace pensare di partecipare all'antica avanguardia artistica, un movimento che vede protagonisti fotografi contemporanei che resistono ai metodi e ai processi tecnologici attuali.

Nella pratica del collodio non c'è momento decisivo, c'è solo tempo. Sta passando alla velocità della "fotografia lenta", perché registro le durate piuttosto che i momenti. È visibile la scrittura del tempo: il collodio che è colato sulla lastra o che si è asciugato nel tempo. La fotografia lenta è lavorare con la lentezza del processo, una velocità che si apprezza in un momento in cui tutto corre. "

Opera selezionata:
«Plaque 58», 2020 - Collodio umido

Descrizione:
“Dal 2021, ho cercato di causare più incidenti di natura pittorica; questa è la mia nuova strada nella ricerca e nella creazione. Ho dovuto realizzare più di 160 lastre (con successo e senza successo) di collodio umido per capire come migliorare le trame formali nel mio lavoro. Queste trame formali sono in luoghi simili alla pittura mentre si allontanano parzialmente dalla descrizione della realtà. Dall'inizio del COVID-19, in questo studio, non cerco un ritorno al (neo)pittorialismo; ma un'idea di pittura contemporanea attraverso l'intermediazione di una fotografia che si astiene dal copiarla. Per ottenere immagini esplose, faccio emergere produzioni che promuovono la follia e gli incidenti dell'autore per lasciare una forte firma visiva allo spettatore. "

Laisvydė Šalčiūtė (Lituania), 3° classificato del Luxembourg Art Prize 2021

Laisvydė Šalčiūtė è nata nel 1964 in Lituania. Nel 2021, ha 57 anni. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Arti presso l'Accademia delle arti di Vilnius (Lituania) nel 2018.

Gli artisti che lo ispirano sono Barbara Kruger, Grayson Perry, John Baldessari, Louise Bourgeois, Neo Rauch, Marcel Dzama e Hernan Bas.

Ha vinto la somma di € 10.000 corrispondenti al 3° premio, congratulazioni dal museo e dai membri della giuria. È libera di usare questi soldi come meglio crede.

“Le opere proposte per il Luxembourg Art Prize appartengono alla serie “Melusine's Paradise”. Si tratta di un racconto visivo provocatorio ma divertente per adulti, ispirato dalle statistiche bayesiane. Queste si basano su un teorema di probabilità, che determina la probabilità che solo una parte delle informazioni sia nota quando si osserva una situazione. Sulla base del teorema bayesiano è stato creato un programma "anti-spam" per computer.

Pochi metterebbero in dubbio il fatto che PARADISE sia il posto più felice e più rispettoso dell'ambiente che si possa trovare, e che lo "spam" è solo spazzatura che contribuisce all'attuale "inquinamento informativo". Lo spam non è ecologico. Nella nostra vita quotidiana, siamo costantemente circondati da informazioni e immagini digitali che "raccontano storie", trasformano le idee in immagini, creano confusione e diluiscono le informazioni all'infinito, riversandosi nel contenuto disegnato. Percepisco questo flusso visivo e informativo come non ecologico e cerco di contrastarlo. Per questo ho sviluppato una sorta di metodo creativo ecosostenibile: raccolgo immagini che mi interessano e testi casuali su Internet, li riciclo, come faremmo con le bottiglie di plastica. , e li riscrivo cambiandone il contesto e il loro significato attraverso principio del paradosso. Poi li uso di nuovo per un nuovo lavoro per creare una fiaba visiva per adulti, che presenta la nostra realtà come costruita dalla rappresentazione. I racconti e le storie sono di per sé un mezzo. Fin dalla notte dei tempi, l'umanità ha espresso le sue esperienze spirituali e concrete attraverso i racconti, un vero linguaggio universale. Questo è il risultato che voglio ottenere anche con il mio lavoro. Melusine, la mia fittizia antieroina, è presente nella maggior parte dei miei lavori. Si esprime in modo ironico e metaforico sulle relazioni, lo status e l'anti-status sociale della nostra contemporaneità, anch'essa dipendente da tutto ciò, ma anche sulle mistificazioni teatrali della nostra società consumistica e sull'idiozia tragicomica che ne deriva, motivata dalla ricerca dei più grandi valori della nostra società dei consumi: una "vita felice". "

Opera selezionata:
"The Rape of Europe", 2019 ("Il ratto d'Europa"), xilografia, olio e acrilico su tela, 159 x 159 cm (63 x 63 in.)

Descrizione:
“Il personaggio aureolato con gli occhi illuminati è una mia creazione. Si ispira a Mélusine (pronuncia francese: [melyzin]) o Melusina, una figura della mitologia e del folklore europeo, e che si ritrova in tutti i miei lavori recenti. Il metodo di produzione (la tecnica) di queste opere parte da una xilografia, il cui disegno viene poi trasferito su una tela utilizzando un cucchiaio che consente di pennellare accuratamente a mano la pittura ad olio, dal "Disegno" sulla tela. Una volta che la tela è asciutta, finisco il dipinto a mano. Video documentario sul metodo: https://youtu.be/wC2iAaOGiVs
Ho creato questa serie di opere che coinvolgono il mio personaggio, Melusine, in occasione del mio invito da parte del museo di Palazzo Ducale di Mantova per la mostra "Coming Out" con lo scultore italiano Gehard Demetz nel 2019. La scelta del mezzo artistico per la mostra al museo di Palazzo Ducale non è casuale: il metodo che utilizzo richiede tempo e molta manualità e pazienza. Questa scelta si inserisce in un dialogo con gli artisti delle opere presenti nel Palazzo originario, e con lo scultore Gehard Demetz. Le opere che ho realizzato pensando a questa mostra riguardano le emozioni. Sono (auto)ironiche. Ci vuole un corpo per provare emozioni. Per questo ho usato le mie mani come strumenti per creare queste opere, perché sono strettamente collegate al mio cervello, dove risiedono le emozioni. Ho inciso il legno a mano, perché anche l'albero da cui proviene ha un corpo che può provare emozioni, questo albero ha una storia: cresce, germoglia, tante cose gli accadono intorno e all'improvviso qualcuno lo taglia. Estendo la sua storia, in un certo senso, incidendola, e poi dipingo su tela nuove storie sulle emozioni delle persone moderne. "

Lionel Sabatté, vincitore del Luxembourg Art Prize 2020

Lionel Sabatté nasce a Tolosa (Francia) nel 1975. Vive e lavora a Parigi (Francia) e Los Angeles (California, Stati Uniti). Nel 2003 consegue il diploma presso l’Ecole Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi.

Gli artisti da cui trae ispirazione sono: Alberto Giacometti, Pierre Soulages, Thomas Houseago e Paul Rebeyrolle.

Vince, sul suo conto bancario, la somma di 50.000 €, da usare come meglio crede, e riceve le congratulazioni del museo e dei membri della giuria.

La sfera di ciò che è vivo e le trasformazioni della materia dovute al passare del tempo sono al centro del lavoro dell’artista che, da diversi anni, è impegnato in un processo di raccolta di materiali che recano in essi le tracce di un vissuto: polvere, cenere, carbone, pelli morte, ceppi d’albero... Questi elementi si combinano in modi inaspettati e creano opere che possiedono sia una delicatezza che una “stranezza inquietante”, dando vita a un bestiario ibrido in cui creature degli abissi convivono con uccellini esotici ossidati, orsi, lupi, emù, gufi, perfino unicorni...

Praticando contemporaneamente pittura, disegno e scultura, Lionel Sabatté cerca di creare un dialogo tra tutte le sue opere in un’interconnessione permanente. In definitiva, dalle sue ricerche sul minerale, sull’animale, sull’organico nascono opere poetiche, sensibili, sconvolgenti, che partecipano a una riflessione globale sulla nostra condizione e sul posto che occupiamo nel nostro ambiente.

“Il riciclaggio attivista di Sabatté non si riduce a una mera preoccupazione ecologica e ambientale. Potremmo azzardare un “salto” salvifico. Questo riciclaggio testimonierebbe, forse, un gioco di inquietudini per la sopravvivenza dell’essere vivente, l’attesa di uno scatto per l’auspicata fuga da un’implacabile condizione esistenziale, che è ormai, nei termini semplicemente “umanistici” del dopoguerra, informulabile. La raccolta di “batuffoli di polvere” realizzata alla stazione della metro di Châtelet a Parigi, il rincollaggio di pelli morte ricavate da pedicure al fine di innestarle in rottami, legno, cemento, alberi morti, ci ricordano l’industria degli straccivendoli di un tempo e l’attività di recupero da parte di bambini e donne alla ricerca nei cumuli e nelle montagne di spazzatura delle discariche selvagge dell’Africa e dell’Asia di qualcosa da consumare, scambiare, vendere, per sopravvivere. Lo straccivendolo, evocato da Baudelaire, questa “figura più provocatoria della miseria umana” secondo Benjamin, è colui che raccoglie tutto: “vecchie carte, tappi di sughero, ossa, trucioli di cartone, chiodi, vetri rotti, gatti e cani morti gettati sulla strada pubblica, in violazione delle ordinanze, capelli, in altre parole, tutto ciò che può essere venduto”. Nei mucchi di spazzatura, negli scarti, nei residui, nei rifiuti, Victor Hugo individuava “il prato in fiore”, l’erba verde, la vita. Le opere di Sabatté percorrono tutti questi registri facendo eco all’osservazione di Benjamin che paragona lo scrittore Siegfried Kracauer a questa figura del Lumpenproletariat (“proletariato cencioso”): “Uno straccivendolo, al mattino presto – all’alba del giorno della rivoluzione”. È così che dobbiamo vedere questo gioco di navetta tra natura e cultura che si discosta, pur accettando di affrontarle, da tutte le riflessioni su questo tema centrale del pensiero occidentale” — Bernard Ceysson, 2019.

Opera selezionata:
"Fortune rouge et sous cutanée", 2019 - Olio su tela. 130x130 cm (51 x 51 pollici)

Descrizione:
“Le mie tele a olio e acrilico aprono un dialogo con le altre forme espressive in cui il mio universo plastico svela tutta la sua ricchezza. Utilizzo colori che si fondono tra loro e riconosco un’importanza primordiale alla dimensione acquosa che conferisce all’opera il suo aspetto organico e minerale. Con tocchi vividi e contrastanti, richiamo le tracce del tempo, i perpetui cambiamenti naturali e il movimento insito in tutte le forme di vita. Se da questi dipinti mistici possono emergere motivi, vicini a un’estetica del caos (nella mitologia greca, “Chaos” è un’entità primigenia da cui nasce l’universo), l’immaginazione è lasciata libera allo spettatore che può scorgere, in ogni tela, talvolta un occhio, un uccello, una medusa, un paesaggio visto dal cielo, o, addirittura, il cielo stesso.”

Jenny Ymker
Vincitrice del Luxembourg Art Prize 2019

Jenny Ymker è nata nel 1969 nei Paesi Bassi. Vive a Tilburg, Paesi Bassi. Ha frequentato la Constantijn Huygens, Academy of Arts, Kampen (ora ArtEZ Zwolle).

Gli artisti a cui si ispira: Cindy Sherman, Francesca Woodman, Grayson Perry e Louise Bourgeois.

Questa è stata la sua 3ª partecipazione al Luxembourg Art Prize.

Si aggiudica il premio di 50.000 € e riceve le congratulazioni di Hervé Lancelin, Presidente del museo La Pinacothèque e dei membri della giuria.

"Il mondo dell'immaginario può sembrare più reale della realtà stessa".

Dal 2013 il mio lavoro consiste nel tessere fotografie sotto forma di arazzo di Gobelins. In origine, il termine "Gobelin" poteva essere impiegato solo per gli arazzi prodotti nella manifattura dei Gobelins di Parigi. Oggi è usato per indicare in linea generale gli arazzi tessuti. Uso il termine Gobelin perché mi piace il suono della parola, ma soprattutto per la sua connotazione storica.

I Gobelin erano originariamente destinati a isolare le fredde mura all'interno dei castelli. Ben presto, tuttavia, la funzione decorativa di questi arazzi divenne predominante. Tradizionalmente, i Gobelin raccontano delle storie. Utilizzo la forma moderna di questa tecnica di tessitura ancestrale per raffigurare racconti di oggi.

Nel mio lavoro, rappresento situazioni per evocare storie negli spettatori. Cerco sempre di non essere troppo letterale, in modo da lasciare spazio agli spettatori per scoprire le proprie storie. Penso che evocare storie sia importante, perché credo che la nostra capacità di raccontarle sia una parte essenziale del nostro essere. Ho lavorato a lungo nel settore della sanità. Lì ho capito che se una persona non fosse più in grado di parlare di un evento, anche insignificante, perderebbe progressivamente la sensazione di significare qualcosa, di "contare".

Quando ho un'idea per una nuova opera, cerco di trovare il luogo adatto, ma anche gli abiti, le scarpe e gli accessori da abbinare. Sul posto, metto in scena tutta la situazione, poi scatto le foto tramite l'autoscatto o con l'aiuto di un assistente. Uno dei temi principali della mia opera è l'alienazione. Scelgo con cura abiti, borse, scarpe del passato. Grazie a questi, mi propongo di rafforzare il sentimento di alienazione dal contesto. Questa è anche la logica che sta all'origine della mia decisione di tessere piuttosto che di stampare.

Le mie opere sono in un certo senso performance personali che immortalo in fotografia. In tutte le mie opere, sono io stessa il modello. Questo fatto è sicuramente molto pratico, poiché sono sempre disponibile. Ma per me è anche una parte fondamentale del processo creativo: creare un certo "mondo" e farne parte io stessa in quel momento, vivere per un attimo quella situazione.

Quando scatto una bella foto, la trasformo in un motivo di tessitura. Insieme al tessitore, scelgo i colori adatti dei filati di lana e di cotone. Poi vengono tessuti alcuni campioni. Basandomi su questi campioni, posso ancora apportare modifiche e aggiustamenti, dopo di che procedo alla tessitura del Gobelin finale. A seconda dell'immagine, stabilisco se il Gobelin debba essere realizzato a colori o in nero/grigio/bianco. Su alcuni Gobelin, ricamo successivamente alcune parti dell'immagine per metterne in evidenza alcuni elementi e ribadire il tema dell'opera.

Amo la tecnica di tessitura dei Gobelin e il ricamo, proprio perché amo il labirinto di filati colorati che nel loro insieme formano un'immagine. Faccio leva sul fascino del materiale per avvicinare gli spettatori, finché non si rendono conto che ciò che rappresento non sempre è altrettanto bello.

Opera selezionata:
"Vervlogen (Bygone)", 2018, Arti decorative, Gobelin (Arazzo tessuto, lana e cotone), 193x291 cm (76 x 115 pollici)

Descrizione:
" Questo arazzo esprime il lasciarsi andare."

Ludovic Thiriez
Vincitore del Luxembourg Art Prize 2018

Ludovic Thiriez è nato nel 1984 in Francia. Vive in Ungheria con la moglie e i figli. Principalmente autodidatta, ha frequentato un corso di pittura di 1 anno presso la Scuola di Belle Arti di Budapest, in Ungheria. Gli artisti che lo ispirano sono Adrian Ghenie, Albert Oehlen, Cecily Brown, Gerhard Richter, Marlene Dumas, Maurizio Cattelan, Michaël Borremans, Neo Rauch e Peter Doig.

È la sua prima partecipazione al Luxembourg Art Prize.

Vince, sul suo conto bancario, la somma di 25.000 €, da usare come meglio crede, e riceve le congratulazioni del museo e dei membri della giuria.

Il suo approccio artistico:

La vita è un accumulo di esperienze e sentimenti. È a partire da questa idea che ho trovato un processo di creazione nella mia pittura. L'idea è di sovrapporre diversi elementi e stili per creare un nuovo equilibrio.

Ho trascorso la mia infanzia sognando. I miei genitori mi ripetevano sempre che avevo la testa tra le nuvole. Oggi, retrospettivamente, attingo dall'immaginario della mia infanzia e dei racconti. Le mie ispirazioni provengono spesso da vecchie foto o dai miei scatti.

L'uso di ricami e animali è abbastanza ricorrente nei miei quadri. I ricami si riferiscono alle conoscenze tramandate di generazione in generazione. In Ungheria, dove vivo, ogni regione aveva i propri tipici motivi di ricamo e il proprio stile. La qualità dei ricami presenti in una casa valorizzava le capacità e le competenze della donna. Queste competenze venivano trasmesse da madre in figlia.

Gli animali fanno parte dell'immaginario dei bambini e sono molto presenti nei racconti. Li uso come simbolo di narrazione per le mie storie e talvolta diventano personaggi a pieno titolo.

L'infanzia è uno specchio favoloso dell'umanità dove ritroviamo dolcezza, gioco, violenza, tenerezza, vizio, domande, amore, e così via. Una materia allo stato grezzo che il tempo plasmerà. Il bambino prende coscienza lentamente del proprio stato Umano con grande purezza e ingenuità. È questo momento che cerco di catturare nel mio lavoro e nella mia ricerca. Osservo questa transizione, scelgo i momenti, delocalizzo i soggetti per riscrivere una sensazione. Michael Borremans, un pittore contemporaneo che ammiro, ha dichiarato per una delle sue mostre che un dipinto è tanto migliore quanto meno richiede spiegazioni. Quando "installo" diversi elementi in una tela, cerco sempre di tenere a mente questa idea. È molto difficile ed entusiasmante comporre, sapere quando la storia si ferma o quando continua. A volte le mie tele si caricano naturalmente a volte rimangono rarefatte, a seconda del sentimento che emerge man mano che dipingo.

Opera d'arte selezionata:
"Il ragazzo del vicinato" ("The boy from the neighborhood"), Acrilico, inchiostro, olio su tela di lino, 140 x 170 cm

Descrizione:
Si vede un gruppo di bambini sorridenti che si divertono e ridono. Si nota la presenza di un ragazzino raffigurato in modo più astratto: "il vicino", sembra più guardingo e meno sicuro. Un altro bambino indica un punto fuori dalla tela, qualcosa che potrebbe aver spaventato anche gli uccelli. E poi questa linea gialla, uno schizzo, una costruzione geometrica temporanea, che si erge in mezzo alla palude come in un sogno che sfugge e che si sposterà altrove.

Jarik Jongman
Vincitore del Luxembourg Art Prize 2017

Jarik Jongman è nato nel 1962 ad Amsterdam, nei paesi bassi. Vive e lavora ad Amsterdam.Gli artisti a cui si ispira sono Adrian Ghenie, Anselm Kiefer e Peter Doig.E’ diplomato dell’Accademia di Belle Arti d’Arnhem, nei Paesi Bassi. Lavora come cameriere.

2a candidatura al Luxembourg Art Prize (2016, 2017)

Vince, sul suo conto bancario, la somma di 25.000 €, da usare come meglio crede, e riceve le congratulazioni del museo e dei membri della giuria.

Nella sua opera, nel corso di questi anni, l’artista è stato affascinato dai concetti di fugacità, ontologia, religione e storia. Molte delle sue opere implicano l'architettura sotto l’una o l’altra forma: camere di motel, sale d’attesa ed edifici fatiscenti, spesso privi di presenza umana, cosa che causa frequentemente sentimenti di nostalgia e di contemplazione, con un indubbio tocco di miracoloso o soprannaturale.

Nel suo ultimo lavoro, specificatamente pensato per il Luxembourg Art Prize, si concentra su quello che ritiene il principale sviluppo tragico della nostra epoca. Come per tutti i cambiamenti paradigmatici, le basi sono state poste qualche decennio fa e assistiamo a tutto quello che si sviluppa con sempre maggiore smarrimento.

La pressione socio-economica, l’immigrazione, la crisi dei rifugiati, il terrorismo internazionale e i problemi climatici causano ansia su scala globale. Soggetta al sentimento di paura e di mancanza di controllo che tali problemi provocano, la nostra società post-rivelazione emerge, incarnata meglio che da chiunque altro da Donald Trump, presidente degli Stati Uniti.

L’artista ha utilizzato il modernismo, o più precisamente l'architettura modernista, come punto di partenza dell’idea secondo cui incarnava uno spirito piuttosto utopico, portando visioni ideali della vita e della società umane, nonché una certa fede nel progresso. Il modernismo era assai preoccupato dell’avvicinarsi di una nuova forma architettonica e di una riforma sociale,che creavano una società più aperta e trasparente che credeva nella perfezione umana in un mondo senza Dio.

La crescita del potere di Iosip Stalin ha spinto il governo sovietico a rifiutare il modernismo, in nome di un preteso “elitismo”.Il governo nazista della Germania ha giudicato il modernismo narcisista e assurdo, come gli “Ebrei” e i “Negri”.I nazisti hanno esposto pitture moderniste a fianco di opere di malati di mente in un’esposizione dal titolo “Arte degenerata”.Le accuse di “formalismo” potevano portare alla fine di una carriera o a qualcosa di ancora peggio. Per questa ragione molti modernisti della generazione del dopoguerra hanno ritenuto di essere la forza più significativa contro il totalitarismo, il “canarino nella miniera di carbone” (il “campanello d’allarme”).

I quadri presentati dall’artista al Luxembourg Art Prize si ispirano a quest’idea. L’obiettivo è trasmettere un sentimento di imminenza, in cui il fuoco gioca un ruolo assai importante. Il fuoco è l’antico simbolo della trasformazione, una costante metafisica del mondo.

Questi edifici e queste ville il cui significato è stato ampliato, passando dalla semplice funzione svolta a uno statuto iconico e simbolico, vengono da lui dipinti come strutture sublimi, trascendentali, insidiate e minacciate da forze impenetrabili e minacciose.

Il sentimento di minaccia è palpabile; delle forze impenetrabili e minacciose invadono questo simbolo di modernità e di illuminazione.

"It’s Gonna be Great, it’s Gonna be Fantastic" - 2017 - Olio su pannelli - 180 x 244 cm

John Haverty
Vincitore del Luxembourg Art Prize 2016

John Haverty nasce nel 1986aà Boston, Stati Uniti. Di nazionalità americana, vive in Massachusetts, Stati Uniti. Gli artisti dai quali trae ispirazione sono Dieric Bouts, Hieronymus Bosch e Salvador Dalí. Nel 2015, ha completato un Master in Fine Arts presso il Savannah College of Art and Design di Savannah, Georgia e nel 2010 si è laureato in Fine Arts presso l'Università del Massachusetts, ad Amherst, Massachusetts. Lavora presso una Compagnia aerea.

Vince, sul suo conto bancario, la somma di 25.000 €, da usare come meglio crede, e riceve le congratulazioni del museo e dei membri della giuria.

Appassionato di sciamanesimo, la pittura di John Haverty ne rispecchia la potenza introspettiva iper visibile. "Ogni dipinto rappresenta per me un viaggio personale". Appassionato degli album rétro degli anni 60-80, della cultura skateboard e della cultura Hot Rod, l'artista miscela i propri interessi con i suoi viaggi, "ma preferisco che ciascuno apprezzi la mia arte a suo modo, si faccia un'opinione e si lasci ispirare dall'immaginazione che la mia arte può infondere".
Lunatici, strani, favolosi, belli o brutti, tutto è relativo ed è questo che raccontano i disegni di John Haverty "quando lavoro, mi perdo. Mi sento come un bimbo curioso in un paese delle meraviglie psicodelico". Le sue matite possono trascorrere ore e ore sui dettagli, su linee che l'ipnotizzano. Non c'è linea o punto che per lui non sia importante, poiché contribuiscono a rendere il suo lavoro una pittura complessa. Ma di rado l'idea che lo guida è precisa "ogni giorno è diverso da quello precedente, il processo creativo si avvale dell'ignoto. E proprio perché non c'è un giorno uguale all'altro, anche l'umore non è mai uguale a se stesso". Poi, contemplando il lavoro ultimato, ecco che ritrova quei sentimenti che hanno attraversato la sua anima durante il viaggio "ho foto che mostrano la realtà del mio passato. Ma i miei dipinti mostrano i sentimenti del mio passato".
Ed è proprio così che ha visto la luce il suo progetto monumentale, questo quadro gigante iniziato nel 2013: Gangrene. "La mia arte, come l'infezione, è un organismo che continua a crescere. Gangrène presenta un festino visuale ambiguo che mette in luce problemi che imbarazzano la società...".
Grangrene è un'opera visivamente violenta che attrae con vemenza lo sguardo. La maggior parte dei dipinti che danno vita a questo affresco è stata realizzata quando l'artista aveva 20 anni, un periodo critico e ricco di frustrazioni per tanti giovani e le sue opere trasmettono alla perfezione questi sentimenti. John Haverty non considera se stesso arrabbiato, bensì le ragioni di questa violenza vanno ricercate altrove "quando ero adolescente, divoravo letteralmente gli horror. Quel brivido di paura e la passione per i mostri classici si sposano con i miei viaggi e influenzano la mia arte. A Cape Cod, la mia casa in riva alla spiaggia è piuttosto sinistra, talvolta vi sento oscure presenze. Credo di essere attratto da queste cose".
Grazie alla sua opera monumentale, il pittore permette allo spettatore d'immergersi completamente nelle immagini, sia psicologicamente, che fisicamente. "Non è facile descrivere a parole i miei dipinti. Credo che ciò che conta è quello che si vede. Il mio obiettivo è proprio quello di catturare l'attenzione dello spettatore per più di una manciata di secondi".

"Circus", 2015, Serie "Gangrene", Matita e acquerello su carta, 120 x 120 cm, Unico

Albert Janzen
Vincitore del Luxembourg Art Prize 2015

Albert Janzen nasce nel 1989 a Sibirskij, Russia. Ha 26 anni. Di nazionalità tedesca, vive ad Amsterdam, Olanda. Trae ispirazione da artisti del calibro di Gerhard Richter, Cy Twombly, Zao Wou-Ki e Antonio Murado.

Vince, sul suo conto bancario, la somma di 10.000 €, da usare come meglio crede, e riceve le congratulazioni del museo e dei membri della giuria.

Prendo in esame gli aspetti fondamentali delle immagini, ossia la linea. Le linee rappresentano lo strumento più intuitivo per percepire e comprendere il nostro ambiente. La comprensione di qualsiasi struttura visiva si base sul riconoscimento delle linee. Questa dipendenza è legata all’assoluta semplicità delle linee. Le linee sono così semplici che nulla può essere concepito in loro assenza. Con le linee è possibile costruire qualsiasi cosa, ma nulla è in grado di costruire le linee. Il solo candidato a poter vantare una struttura soggiacente alla linea è il punto. D’altronde, giacché i punti rappresentanto altrettanti elementi basilari delle mie creazioni, anch’essi sono parimenti fondamentali. L’estrema semplicità della linea fornisce un’estetica indipendente. La linea non rappresenta un’idea poiché è fine a se stessa. Per sprigionare la sua potenza estetica, la linea deve essere fine a se stessa. Quando traccio linee, non lo faccio per costruire qualcosa, ma semplicemente per tracciare delle linee. Forme e motivi che compaiono nei miei disegni non hanno altro scopo se non quello di rivelare i movimenti delle linee. Chi osserva le mie linee si confronta quindi con un’entità del tutto autonoma.

Albert Janzen

Senza Titolo, 2015. Cinque feltri neri su tela bianca (opera effimera fotografata prima della distruzione). Stampa su Forex. Esamplare unico. Edizione 1/1. 150 x 200 cm

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